RELAZIONE STORICA OLIO
Per lo studio delle colture nel territorio monrealese, il periodo normanno rappresenta quel momento storico che costituisce il punto di arrivo di un lungo passato e che ha un diretto rapporto col presente.
Attorno alla metà degli anni ’70 del XII secolo, il re normanno Guglielmo II d’Altavilla, poi detto il Buono, fonda l’Abbazia di Santa Maria la Nuova di Monreale dotandola di una lunga serie di privilegi e di possessioni e ben presto elevata in Arcivescovado.
La parte principale dei possedimenti è costituita dai territori di Jato, Corleone, Calatrasi e Batallaro: una superficie vastissima, oltre 100 kmq. Le conseguenze della vastità di queste donazioni si risentono ancora ai nostri giorni: basti pensare all’enorme estensione del territorio del Comune di Monreale, ottenuto dalla maggior parte di quello dell’Arcivescovado, in seguito all’abolizione dei privilegi feudali, avvenuta nel 1812, che mise fine all’esercizio dei poteri temporali da parte dell’Arcivescovo.
Nel maggio del 1182, con un solenne atto redatto nelle tre lingue ufficiali dell’epoca normanna, greco, latino ed arabo (atto controfirmato dall’Arcivescovo di Palermo Walter of the Mill (Gualtiero Offamilio), dal Vicecancelliere Matteo d’Aiello e dall’Eletto di Siracusa, il potente inglese Riccardo Palmer) vengono specificati i confini dell’area concessa. Tali confini, utilizzando la toponomastica attuale e seguendo un verso di percorrenza orario, partivano da Monreale per continuare con Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela, Marineo, Godrano, Corleone, Prizzi, Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Poggioreale, Alcamo, Partinico, Borgetto e Montelepre.
Per diversi secoli l’intero territorio sarà caratterizzato da una propria identità politica, culturale ed economica di cui Monreale, meglio il suo potente Arcivescovado, costituirà il principale polo di riferimento e di aggregazione. Corleone, Piana degli Albanesi, San Giuseppe li Mortilli (oggi Jato), Camporeale, San Cipirello, Roccamena nascono o si trasformano sotto la vigile e attenta direzione dell’Arcivescovado. Non c’è attività economica nel territorio che sfugga al controllo e alle direttive del Primate di Monreale, Vescovo e Signore temporale: agricoltura, boschi, allevamenti, attività estrattive, produzione del ghiaccio (neviere), caccia (carnaggio), mulini, trappeti, fondachi e taverne costituiranno per lunghi periodi una immensa fonte di introiti, utilizzata sia per l’esercizio religioso ed il mantenimento di un vasto apparato burocratico, sia per la manutenzione e la salvaguardia del maestoso Duomo di Monreale.
Anteriormente alla donazione di Guglielmo, almeno a partire dal VI secolo a.C., lo stesso territorio è caratterizzato dalla presenza di un altro polo di riferimento: l’antica Jato, città di cui le fonti storiche sono un po’ avare. Infatti viene solo citata da Filisto (Iaitìa polis Sikelìas), Cicerone (Ietini), Plinio (Jetenses), Plutarco (Ietai), Diodoro Siculo (polis Jaitinon), Silio Italico (celsus Jetas) ma che l’indagine, condotta da una missione archeologica dell’Università di Zurigo, sotto la direzione del prof. Hans Peter Isler, ha dimostrato trattarsi di una importantissima città; ne sono testimonianza un teatro di 4400 posti, il terzo della Sicilia dopo quelli di Siracusa e Tindari, due bouleuterion, cioè sale consiliari (caso unico tra le città dell’antichità), l’agorà ed altri interessanti templi ed edifici pubblici.
Oltre a Jato, in questo territorio, nacquero, vissero e scomparvero città come Entella, Adranon, Ippana, e molte altre, soprattutto città sicane, non ancora individuate sul territorio, ma delle quali gli storici riportano le denominazioni: certamente si trovavano all’interno del territorio in esame Hiccara, Makella e Schera; probabilmente anche Indara, Crastos, Uessa, Miskera, Adrix. Tale territorio risentì inoltre l’influenza di importanti città finitime: Agrigento, Triocala-Caltabellotta, Selinunte, Segesta, Lilibeo-Marsala, Erice, Panormo.
Oggi i confini del territorio di Monreale ricalcano in buona parte quelli della donazione di Guglielmo del 1182 – come si è detto - ed all’interno di tale vasta area i territori di alcuni degli attuali comuni – San Giuseppe Jato, San Cipirello, Camporeale – costituiscono delle vere e proprie isole.
Denomineremo questo territorio Area del Monrealese includendovi anche l’attuale Conca d’Oro, perché per lungo tempo e fin oggi, buona parte di essa è stata soggetta alla giurisdizione di Monreale.
La storia dell'arboricoltura della Conca d'Oro è stata sempre oggetto di approfonditi studi per le interconnessioni ed i rapporti della città di Palermo con il suo territorio circostante dal quale ricavava un diretto sostentamento e dove si svolgevano tutte le attività sia economiche che di diletto.
Il Professore Giuseppe Barbera dell'Istituto di Coltivazione Arboree della Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi di Palermo nella pubblicazione "L'Arboricoltura periurbana della Conca d'Oro di Palermo" ne descrive l'evoluzione temporale ed i riferimenti storici sulla presenza dell'olivo nel territorio monrealese sono talmente numerosi da riportare in appendice numero 1 il testo integrale.
L'attrattiva della conca attraversa immutato i secoli e nel supplemento al mensile illustrato del SECOLO "Le cento Città d'Italia" n° 121 del 1900 dedicato alla città di Monreale troviamo descritto il verde lussureggiante della Conca d'Oro "tutta la mirabile conca del fondo di un verde vellutato di aranci, di limoni e di olivi".
L'olivo fa parte del paesaggio monrealese ed anche i pittori ne subiscono il fascino. Antonino Leto (Monreale, 1884 - Capri, 1913), pittore di fama mondiale del movimento verista-realista, con ben diciotto dipinti, sulla Raccolta delle olive, si aggiudicò una borsa di studio quadriennale messa a concorso per i giovani di talento (Il Pensionato Nazionale - Parigi).
Non v’è dubbio che in ogni epoca, come anche ai nostri giorni, l’agricoltura ha costituito l’attività prevalente in tale area. A seconda delle epoche è testimoniata la coltivazione di lino, canapa (cannavo), cotone, riso, orzo (orio), avena, cimino (giugiulena), fichi, nespoli, zafferano, fave, ceci (chichiri), lenticchie, fagioli (fasola), mirtillo (mortille), zucchero (cannamele), seta, mele, pere, albicocche (barkòk, varcocu), pianta del sapone (saf-saf, sapindus mukorossi). Ma, come in tutta la Sicilia, le coltivazioni principali sono sempre state rappresentate da grano, vite e olivo. Mentre della coltivazione del grano e della vite troviamo testimonianze nel tempo senza soluzione di continuità, la coltivazione dell’ulivo sembra invece aver subìto una lunga interruzione, se non addirittura la scomparsa, nel periodo tardo bizantino ed arabo.
L'Amari ( Storia dei Musulmani di Sicilia - volume I pag. 331), trattando gli anni tra il 600 e l'800, scrive :
"La cultura dell'olivo, che ai tempi dei greci avea arricchiti gli Agrigentini, sembra abbandonata e tornato di fatto agli abitatori dell'Affrica propria il privilegio di fornir l'olio d'ulivo all'Italia e ad altre nazioni occidentali. Perocché si ritrae che, quando gli Affricani pagarono le prime taglie ai vincitori musulmani, il capitano Abd Allah ibn Sa'd vedendosi recare un mucchio di monete d'oro, domandava ad un cittadino come le guadagnassero e quegli postosi a cercare intorno e trovata un' uliva: ecco donde le caviamo, disse ad Abd Allah, i Rum non hanno ulivi e comperano l'olio nostro con quest'oro. La denominazione di Rum, che qui significa abitatori d'Itali è da estendere nel presente caso anche alla Sicilia; sapendosi che vi si importava olio d'Affrica nel nono secolo, nell'undecimo e fino al duodecimo. (nota 1: nell'880 le forze navali bizantine venute presso Palermo presero moltissime barche cariche di olio, certamente non esportato). Nell'undicesimo secolo, al-Bakri ci attesta la esportazione degli olii da Sfax per la Sicilia e paese dei Rum. Nel XII secolo si mandava grano di Sicilia in Affrica per levarne olio e altre derrate. (R. Pirro - Sicilia Sacra- pag. 975- diploma del 1134).
Nel periodo normanno si riscontra una radicale trasformazione del territorio della Conca d'Oro. I monti dell'anfiteatro da occidente ad oriente vedono la nascita delle città di Monreale e Parco Nuovo (Altofonte) entrambe sedi reali, riserve di caccia e sedi di monasteri, città, quindi, organizzate in tutti gli aspetti sociali ed economici.
Inizia la storia degli Arcivescovi di Monreale, ai normanni si succedono gli svevi, gli angioini e gli aragonesi, iniziano le pestilenze e lo scisma di occidente destabilizza il consolidato connubio tra potere temporale e religioso.
Nel 1407 viene eletto Arcivescovo Giovanni Ventimiglia che si occupa di risollevale le sorti della Città di Monreale e dell'Arcivescovato. Presso il palazzo arcivescovile fa coltivare una vigna, costruisce un frantoio per la molitura delle olive, ed una raffineria di zucchero. La coltivazione delle terre dell'Arcivescovato riceve un forte impulso e la Conca d'Oro rifiorisce per la costruzione di nuovi canali irrigui sul fiume Oreto. Tutto ciò ovviamente per aumentare il numero delle rendite. Non v'era attività che non fosse soggetta a tassazione.
La vita agricola tuttavia è statica senza prospettive di miglioramento o di progressi. Vi erano disposizioni che vietavano qualsiasi cambiamento senza il permesso dei pubblici ufficiali. Le condizioni generali della popolazione erano quanto mai desolanti. Le ingiustizie palesi e prepotenti provocano vari tumulti nel corso del '500.
La più importante delle rivolte appare quella del 1516, scoppiata in concomitanza di quella palermitana contro il viceré Ugo Moncada.
Al suono della campana maggiore il popolo insorge armato, destituisce gli ufficiali pubblici, e chiede al governatore Giovanni Colbeto, che rappresenta l'arcivescovo assente, la concessione di "Capitoli" per la garanzia dei diritti di cui godevano le altre città siciliane come Palermo.
Le richieste riguardavano la libertà di servirsi di frantoi diversi da quelli arcivescovili dove si frodava, si chiedeva pure che i magazzinieri arcivescovili adoperassero la misura legale nel prelevare le decime dei cereali e ne versassero poi intero il contenuto nei magazzini arcivescovili, si domandava la conferma dell'antico privilegio di pascolo gratuito nei feudi Valle Corta e del Caputo, si domandava l'eliminazione delle ingiustizie nei processi e di rispettare le norme nella scelta dei pubblici ufficiali.
La storia viene così scritta in alcuni "Capitoli" della città di Monreale strappati al governatore Colbeto : " …è fama notoria li arrobari eli vexaccioni si fanno in lo trappeto di ditta chitati di Morreali: pertanto si supplica piaccia a V. S. concediri a lo ditto populo et omni uno di loro chi poczanu fari et machinari cossi comu fannu li chitadini di palermo …"
Nel 1702 l’Abate Michele Del Giudice pubblica il volume "Notizia dello stato antico e presente delle possesioni e diocesi dell'Arcivescovado di Monreale" (Biblioteca Comunale di Monreale) dal quale si traggono numerose informazioni sulle coltivazioni e sulla gestione del territorio in quell’epoca.
Sappiamo che i feudi dell’Arcivescovado erano 72 per una superficie complessiva di 27.590 salme ossia circa 61.500 ettari.
Tali feudi erano distinti nelle seguenti classi:
-Feudi Nobili: in numero di 10 per una superficie complessiva pari a 2.442 salme: erano "quelli che non essendo stati concessi a nessuno, restano nel pieno dominio della Chiesa e nella libera amministrazione dell’Arcivescovo"
-Feudi Censionali: in numero di 18 per una superficie di 4.843 salme: erano quelli "li quali riconoscono la Chiesa in una determinata somma e canone pecuniario"
-Feudi a comune e decime: in numero di 5 e superficie 1.577 salme: quelli che pagavano alla Chiesa la decima parte dei prodotti.
-Feudi a Masserie: in numero di 39 e superficie pari a 16.685 salme: quelli "concessi dalla Chiesa a particolari a modo di enfiteusi perpetua, con patti però ed oneri molto differenti dagli ordinari contratti enfiteutici".
Come si vede la maggior parte del territorio era concessa a masseria. Nelle masserie era possibile coltivare solamente frumento e orzo oltre all’erba per gli animali a servizio del fondo; non si potevano allevare animali come porci, pecore e mucche perché espressamente proibito dall’Arcivescovado; non si potevano piantare alberi di alcun genere né vigne.
Nella Elencazione dei feudi l'Abate Michele del Giudice descrive sommariamente le loro principali peculiarità e si rinvengono i seguenti riferimenti sulla coltivazione dell'olivo:
- "Platti feudo nobile da salme 100 … non ha case, ma acque in abbondanza, ha un bosco di soveri, quercie, olive e simili che sta sottoposto alli comuni di Morriali …";
- " Giardinello feudo censionale di salme 150 … ha buone case, vigne, olive assai, e quantità di silique, o carrube, evvi un molino, cartera e trappeto per oglio ";
- "Sagani, feudo censionale di salme 250, cioè salme 100 lavorative, il resto incoltivabile, e rocche asprissime, con molte olive …"
- "Monchilebi feudo censionale di salme 90 …vi sono anco magazeni, trappeto d'oglio, molino con acque abbondanti ed altre comodità con un casale da 200 fuochi, che si sta ancora fabbricando, evvi un oliveto grande, con acque abbondanti …"
- "Mirto e Sardo sono un feudo censionale di salme 600 …. Tiene magazeni, trappeto d'oglio, molino con acque abbondanti, e perfetto. Vi sono 10. Mila alberi di olivo …"
- "Ambleri feudo di salme 150, incomincia dalli confini di Palermo e termina colla valle del Fico … ne pagano alla chiesa decime, così di vini come di frutti & olive …"
- "Caputo feudo di 300 salme … questa parte è concessa tutta per giardini, vigne, oliveti e simili che pagano la decima alla chiesa… "
- "Valle Corta feudo di salme 700 …concesse a vigne, giardini, oliveti e simili che ne pagano decima…."
L’Abate Michele Del Giudice ricostruiva la storia dei 72 feudi in base ai documenti dell'Archivio Storico della Curia Arcivescovile di Monreale della sezione Mensa che riguarda, sino a tutt'oggi, la gestione patrimoniale e finanziaria dei beni immobiliari assegnati da Guglielmo II, cioè dei 72 feudi, che servivano al sostentamento del clero tramite i vari contratti di enfiteusi, censi, livelli, decime, gabelle ecc...
Nell'Archivio Mensa ritroviamo importanti documenti che testimoniano la valenza della coltivazione dell'olivo, del commercio dell'olio e delle loro rifluenze sociali .
- Busta n°877 anno 1471 contenuto: Il 4 marzo 1471 il Ferdinando Luchisi Governatore dell'Arcivescovato di Monreale vendìo a Misino Miccichè cantara novanta di oglio di oliva per lo prezzo di oncze novanta.
- Busta n° 2155 anno 1574 contenuto: "La estima delle olive in lo territorio della Magiore Ecclesia de Monreali de lo anno 1575 facta … Gerardo De Marchesi Pietro De Modica … extimatori … facta cum Giuramento a le cuntrade di : Fasumeliari, Ambleri, Costera, Frascinelli, Zii, Ponti, Molina, Capochiaro, Terra Russa, Miccini e Critazzi.
Gli estimatori ufficiali della Curia Arcivescovile di Monreale nell'anno 1575 con perizia giurata censirono tutti gli olivicoltori della Conca d'Oro e le salme di oliveto di loro pertinenza per l'assoggettamento della decima.
Le Perizia elenca centinaia di olivicoltori per un totale di 364,12 salme. In appendice numero 2 si riporta copia del documento originale rilasciato dall'Archivio Storico Diocesano di Monreale.
Il censimento degli oliveti lo rinveniamo costantemente dal 1571 al 1701 (buste n° 2194, 2148, 2158, 2161, 2162, 2181, 2188, 2194, 2200, 2205, 2206, 2209, 2214, 2215, 2352, 2297, 2412, 2424, 2434 )
Per tutti gli oliveti soggetti a decima, a garanzia degli introiti della Curia, era assolutamente vietato il taglio degli olivi ed ai contravventori era assicurato giusto processo.
Nella sezione IV Corte Penale dell'Archivio Storico Diocesano di Monreale si rinvengono numerosi cause di cui si citano i relativi fascicoli:
- Busta n° 482 anno 1565 contenuto: Scritture pro l'on. Agostino Crema contro magn. Pretore e Giurati di Monreale ed il gabelloto del vino e dell'olio;
- Busta n° 496 anno 1599 contenuto: processo contro Antonino Zirinzi per taglio degli olivi;
- Busta n° 508 anno 1611 contenuto: Elogio pro erario fiscale contro Ottavio Li Virdi prosecuto per taglio di olivi in Monreale;
- Busta n° 511 anno 1615 contenuto: Elogio pro erario e procuratore fiscale contro Filippo De Serio per contravvenzione della pragmatica sul taglio degli olivi.
Nella sezione III Corte Civile dell'Archivio Storico Diocesano di Monreale si rinviene:
- Busta n° 126 anno 1506 contenuto: Per mag. Giulio di Ronzano Ingabellazione di Olive.
Nel Fondo Mensa il fascicolo 498 contiene "Informazione calculatoria sopra il calcolo delli benfatti e frutti del territorio di Fallamonica e sua revisione fra l'Arcivescovo di Monreale e Don Pietro Pezzinga".
Don Pietro Pezzinga nel 1579 prende in enfiteusi dall'Arcivescovo di Monreale il feudo Fellamonica, in territorio monrealese, per 57 once all'anno subentrando nel contratto al padre Hieronimo alle stesse condizioni contrattuali e senza limitazioni di intervento.
Don Pietro inizia le opere di migliorie del fondo, impianta 50.000 viti, introduce la coltivazione del riso ed alleva maiali, pecore, vacche e pesci. In pochissimo tempo il bilancio aziendale chiude con un ricavo di 1.772 once a fronte di 687 once di spese. Tra le spese troviamo " per vitto delli homini in oglio e formaggio 48 once".
Un guadagno di 1085 once era così elevato da non passare inosservato e l'Arcivescovo di Monreale, fruttando la propria influenza politica, muove causa al Don Pietro con il positivo risultato di rescindere il contratto e non pagar al giusto prezzo per le migliorie apportate.
La storia di Don Pietro Pezzinga, ricostruita da Gioacchino Nania e pubblicata nel suo Libro "Toponomastica e Topografia storica nelle valli del Belice e dello Jato", rappresenta uno spaccato storico dell'epoca che evidenzia anche l'elevato pregio commerciale dell'olio. A fronte di una squadra di numero 18 operai Don Pietro in un anno spendeva per olio e formaggio quasi quanto pagava per l'enfiteusi del feudo Fellamonica.
Un pari riscontro del valore commerciale dell'olio lo troviamo nella storia del feudo nobile Mandria di Mezzo ove i canonici della Chiesa della Collegiata di Monreale dopo la concessione dell'ingabellazione degli olivi misero a coltura l'oliveto e la paga mensile del colono corrispondeva ad un cafiso di olio (misura dell'epoca che corrispondeva a 8 litri).
Lo storico Giuseppe Schirò nel libro "Proteggerò questa Città" (1988) ha ricostruito, secondo le fonti storiche dell'archivio della chiesa la Collegiata di Monreale, l'ingabellazione delle olive del feudo Mandria di Mezzo.
Nel XVII secolo La Collegiata di Monreale aveva all'attivo del proprio bilancio diversi cespiti e rendite. Tali rendite, però, non sempre avevano carattere di stabilità, né sempre erano prontamente esigibili e spesso si ricorreva a mutui. Nel 1640 il canonico Francesco Marsiglione, procuratore della Collegiata, prendeva in prestito 200 onze al tasso del 12% annuo composto. Il montante nel 1649 si era più che triplicato per mancato pagamento.
I canonici, cercando di incrementare le loro entrate, il 20 febbraio del 1664 indirizzavano una supplica all'Arcivescovo di Monreale chiedendo l'ingabellazione degli ulivi del feudo Mandra di Mezzo.
Il feudo Mandra di Mezzo, di proprietà della Mensa Arcivescovile di Monreale, situato ad occidente dell'abitato di Monreale, era un feudo nobile ( nel pieno dominio della chiesa) di 110 salme di cui solo 30 lavorative.
L'Arcivescovo concedeva la gabella degli olivi (non del terreno né dell'erba) con l'onere di 10 onze all'anno in favore della Mensa. Il provvedimento fu sancito con bolla pontificia di approvazione il 4 agosto 1668.
Dalle relazioni tecniche disposte dall'Arcivescovo risultava che gli olivi erano in pessimo stato, ma i canonici si impegnarono a ben coltivarli, allo scopo di trarne un lucro. Si trattava di tre salme di terreno e solo più di un secolo dopo i canonici riuscirono a contare 2.336 alberi di olivo tra piccoli e grossi.
Il polo di attrazione della Chiesa della Collegiata è l'immagine lignea del SS. Crocifisso festeggiata annualmente il 3 maggio. Per la celebrazione della festa funziona da sempre un Comitato deputato all'organizzazione e alla raccolta permanente delle offerte.
Nel 1801 il Comune di Monreale versava in difficoltà finanziarie e veniva meno il contributo comunale per i festeggiamenti. Il Comitato decideva di riorganizzarsi e nel 1824 coinvolgeva tutte le categorie della città, a rappresentanza delle attività economiche. Ne faceva parte il "Sig. Giuseppe Salerno per lo ripartimento dei trappeti" (frantoiani).
La corporazione dei frantoiani aveva assunto in quel periodo una notevole rilevanza economica tale da essere elevata al rango di primo attore nel momento sociale più importante della vita cittadina.
La presenza di numerosi frantoi nel monrealese si rinviene solo nel XIX secolo quando si chiude l'epoca di dominio della Curia Arcivescovile con abolizione dei diritti feudali nel 1812 e con il transito di tutti i beni della chiesa allo stato (legge n° 3036 del 7 luglio 1866).
In virtù della Costituzione del 1812 Monreale viene considerata città regia ed il governo borbonico nell'intento di ammodernare l'amministrazione finanziaria indice la compilazione del catasto immobiliare le cui operazioni si prolungano al 1853.
Nella mappa di Monreale del catasto borbonico sono inclusi come territorio monrealese il Parco (Altofonte), Piana degli Greci (Piana degli Albanesi), Mortilli (San Giuseppe Jato) e Santa Cristina (Santa Cristina Gela) città che comunque erano da tempo costituite con un loro territorio. Nella mappa sono inclusi anche i territori degli attuali comuni di San Cipirello, Camporeale e Belmonte Mezzagno ma le relative città non sono segnate in mappa poiché divennero città regie con successivi provvedimenti.
I dati complessivi del catasto borbonico furono pubblicati dal marchese Vincenzo Mortillaro il quale riteneva fossero assai esatti.
Da essi si rileva una estensione territoriale del comune di Monreale di 41.487,329 salme di terreno così ripartita:
- Salme 29,487,983 di frumento;
- Salme 7.980,107 di pascoli;
- Salme 970,223 vigneti semplici;
- Salme 869, 568 sommaccheti;
- Salme 547,115 giardini;
- Salme 275,028 oliveti;
- Salme 138,160 vigneti alberati;
- Salme 35,246 fichi d'India
La salma era un'unità di misura sia di volume che di superficie. Quale unità di volume la salma corrispondeva a 275 litri, quale unità di superficie a seconda della zona, si aveva la corda lunga, media e corta. Nel monrealese la salma corrispondeva a mq 22.304 e si censivano pertanto 613 ettari di oliveto.
Con l'abolizione dei diritti feudali nei feudi concessi a masseria si iniziano i miglioramenti fondiari con l'inserimento di colture più redditizie rispetto ai seminativi e l'oliveto si espande nelle aree interne del monrealese con i servizi annessi ed anche il trappeto è presente nelle masserie .
Così é testimoniato nel marzo del 1838 quando una frana distrugge circa due terzi del centro abitato del comune di San Giuseppe Jato e le cronache del tempo così riportano dal “Giornale Officiale di Palermo” di Sabato 21 Aprile 1838:
“ … In marzo si ebbe doloroso annunzio che da alluvione irruente, prodotta da copiosissime piogge, la Comune di San Giuseppe era stata quasi distrutta. Fu il Direttore Generale di Polizia il primo nel darne avviso al Governo e a S.E. il Luogotenente Generale medesimo allora partito per Messina; e a disporre al momento di portarsi sul luogo il Capitano di Gendarmeria Reale sig. don Vincenzo Clary, il Giudice R. del Circondario e l’Architetto di Polizia; che eseguirono all’istante la loro missione e istruzioni corrispondenti.
Si spedì ancora immediatamente colà il Consigliere dell’Intendenza marchese di Bonfornello accompagnato dall’architetto provinciale. Trovarono costoro delle famiglie intere vaganti a torme per le campagne, senza tetto, e senza pane. Avevano esse perduto case, provvigioni, ed ogni loro sostanza. Le fabbriche di due terze parti del Comune erano sepolte nelle viscere della terra, ed eransi quindi perduti magazzini interi di olio, di vino, di frumenti. Della Chiesa Madre e degli edifici principali le sommità appena uscivano dal livello del suolo. Alcune case finirono capovolte; altre trasportate a lunga distanza dal sito in cui stavano, e queste tuttavia rimanevano illese. In tutto il tratto di terreno che la frana aveva sprofondato si osservava uno strato di terra ed acqua formante una densa melma, che riempiva le grandi voragini nel suolo aperte."
L'olivicoltura nell'area del monreale ha profonde radici storiche e la Denominazione "Monreale" identifica geograficamente, economicamente e storicamente i territori dei comuni che si propongono per la zona DOP.
L'identità territoriale si rileva nelle cartografie seguenti:
In appendice numero 3 si allega copia della cartografia dei possedimenti dell'Arcivescovato tratta dal libro di G. L. Lello "Historia della Chiesa di Monreale" del 1596, la relativa ricostruzione è in appendice numero 4.
La cronologia delle alienazioni del territorio monrealese viene riportata in appendice numero 5.
In appendice numero 6 viene riportata la mappa del catasto borbonico.
L'importanza economica e commerciale della filiera olivicola, oggi, viene trattata nelle pagine che seguono relative ai dati territoriali dell'ultimo trentennio.
RELAZIONE COMMERCIALE
Nei comuni della proponenda zona DOP l'olivicoltura complessivamente è la seconda filiera agricola più rappresentativa del territorio ad eccezione dei comuni di Belmonte Mezzagno ed Altofonte con il 90% della SAU investita ad oliveto ed il 90% delle aziende agricole ad indirizzo olivicolo.
Il 3° ed il 4° censimento Generale dell'Agricoltura riportano i dati comunali riferiti al numero complessivo di aziende interessate alla coltivazione dell'olivo e la relativa superficie olivata.
Sebbene trattasi di dati riferiti ad operazioni censuarie che differiscono per modalità operative, i due censimenti generali indicano l'indirizzo generale territoriale che viene riportato nelle tabelle che seguono.
Si evidenzia la costante presenza, nel ventennio interessato, di circa 3.500 aziende ( 36% delle aziende totali) con una superficie di circa 2.000 ettari di oliveto ( 4,6% della SAU).
|
Quadro generale 3° Censimento Generale Agricoltura 1982 |
||||||
|
COMUNI |
N° AZIENDE TOTALE |
N° AZIENDE OLIVICOLE |
% az. olivicole |
SAU Ha TOTALE |
SUPERFICIE Ha A OLIVO |
% Ha olivo |
|
totale |
SAU |
|||||
|
Altofonte |
1.010 |
872 |
86,3 |
803 |
360 |
44,8 |
|
Belmonte Mezzagno |
968 |
840 |
86,7 |
1.376 |
608 |
44,2 |
|
Camporeale |
769 |
33 |
4,3 |
4.162 |
24 |
0,6 |
|
Monreale |
5.903 |
1.709 |
28,9 |
28.567 |
838 |
2,9 |
|
Piana degli Albanesi |
516 |
140 |
27,1 |
4.398 |
85 |
1,9 |
|
San Cipirello |
535 |
10 |
1,9 |
1.774 |
10 |
0,6 |
|
San Giuseppe Jato |
206 |
9 |
4,4 |
1.398 |
16 |
1,1 |
|
Santa Cristina Gela |
226 |
112 |
49,5 |
2.349 |
84 |
3,5 |
|
TOTALE |
10.133 |
3.725 |
36,1 |
44.827 |
2.025 |
4,6 |
|
Quadro generale 4° Censimento Generale Agricoltura 1991 |
||||||
|
COMUNI |
N° AZIENDE TOTALE |
N° AZIENDE OLIVICOLE |
% az. olivicole |
SAU Ha TOTALE |
SUPERFICIE Ha A OLIVO |
% Ha olivo |
|
totale |
SAU |
|||||
|
Altofonte |
963 |
860 |
89,3 |
864 |
473 |
57,7 |
|
Belmonte Mezzagno |
1.174 |
1.001 |
85,3 |
2.218 |
805 |
36,3 |
|
Camporeale |
697 |
29 |
4,2 |
3.888 |
29 |
0,7 |
|
Monreale |
4.701 |
1.126 |
23,9 |
28.336 |
594 |
2,1 |
|
Piana degli Albanesi |
653 |
272 |
41,6 |
3.393 |
128 |
3,8 |
|
San Cipirello |
609 |
54 |
8,7 |
1.701 |
23 |
1,4 |
|
San Giuseppe Jato |
347 |
27 |
7,8 |
1.011 |
11 |
1,1 |
|
Santa Cristina Gela |
378 |
165 |
43,6 |
|||