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Premessa - Nel
1995 ho completato il riordino di quella parte dell’Archivio comunale che ho
chiamato “Archivio storico” perché formato da una buona parte della
documentazione più antica, comprendente quelle carte che sono rimaste al Comune
dopo la separazione da quelle che appartenevano all’Arcivescovato.
E’da ricordare infatti che, in origine, non c’era distinzione tra l’Archivio
del Comune e quello dell’Arcivescovato, perché l’Arcivescovo esercitava, oltre
che i poteri spirituali, anche i poteri civili e giudiziari, per effetto dei
privilegi feudali a lui conferiti da Guglielmo II, al momento della fondazione
dell’Arcivescovato, nel 1182.
Nel 1812 la Costituzione siciliana abolisce i privilegi feudali, i poteri
temporali dell’Arcivescovo vengono a cessare e comincia per il Comune e per
l’Archivio una fase nuova della loro storia, che per l’Archivio non è la più
serena.
Quello che è accaduto da allora è stato da me illustrato nella introduzione
storico giuridica , premessa alla compilazione della Guida – inventario del
1995, cui sopra, e pubblicato nell’Archivio Storico siciliano, Serie IV, vol.
XXIV, fasc. I del 1998, pagg. 603 – 633.
Mi sembra opportuno trascrivere qui quello che ho pubblicato allora.
In occasione dei moti del 1820, i rivoltosi incendiano il Palazzo del Comune e
l’archivio subisce gravi danni. Pochi anni dopo, nei locali del Comune, viene
alloggiata la Seconda Scuola Militare dell’esercito. In quell’occasione –
scrive il Sindaco - “il grande archivio antico…situato in una stanza a mezza
scala della Casa comunale, e quello insieme della Grande Corte Arcivescovile…è
trasportato in un magazzino e, quando poi vengono liberati i locali, l’archivio
è ricollocato al suo posto. Allora “la scrittura anzidetta…rimase tutta confusa
– continua la stessa fonte – oltre dal danno che la medesima soffrì, pel
trasporto da un luogo ad un altro e poi da questo al suo primo sito”.
Nella stessa lettera, il Sindaco esprime il parere di separare la scrittura,
cioè i documenti, “lasciando nell’archivio tutta quella che possa appartenere
al Comune, e restituendo all’Arcivescovo quella che riguarda lo spirituale. Con
questa occasione dunque si verrebbe ad ottenere il rassetto di essa
scrittura…”. La proposta è accettata dall’Intendente dalla Valle (= Prefetto),
il quale invita il Sindaco a quantificare la spesa occorrente e ad invitare
l’Arcivescovo a concorrervi. Ma mentre si stava trattando la questione, scoppia
una violenta polemica tra il Sindaco e l’Arcivescovo Benedetto Balsamo a causa
di un abuso commesso dall’archivista arcivescovile che aveva trafugato
furtivamente dall’archivio del Comune alcuni registri appartenenti alla Mensa
arcivescovile. Il Balsamo era assai impegnato nelle opere di restauro del Duomo
danneggiato dall’incendio del 1811 e si sforzava anche, con molta energia, nel
recupero delle attività finanziarie della Mensa, per riportarla ad una gestione
più organizzata, dopo un periodo di grave dissesto.
Il provvedimento del Sindaco, che fece sbarrare la porta dell’archivio in
seguito al gesto scorretto dell’archivista, diede il pretesto all’Arcivescovo
per assumere un atteggiamento duro ed intransigente, malgrado la disposizione
dell’Intendente della Valle, che aveva autorizzato la separazione delle
carte.
La situazione rimane immutata ancora per lunghi anni. Ancora nel 1840 il
Tarallo, che intanto aveva lavorato al “Tabulario”, osservava che proprio per
il fatto che l’Arcivescovo in passato era stato anche signore temporale
l’Archivio aveva sofferto “le maggiori disgrazie, e tanto per la lunga sede
vacante, quanto per le passate peripezie della Comune e della Chiesa trovasi
oggi nello stato il più lacrimevole, obbrobrioso, e di disdecoro per questo
paese: laddove tutte le carte, i registri, i libri della Comune, della Mensa e
della Corte arcivescovile vedonsi gettate in un magazzino della Casa comunale,
confusamente ammucchiate in terra, infradicite, corrose, e malmenate in mezzo
alla polvere, alle pietre, all’umido ed ai topi, in uno stato insomma da non
potersi credere, né immaginare, di modo che non è solo impossibile ritrovarsi
nessuna carta, n’andranno tutte a perire, se non si occorra a dar riparo a
quelle che non sono interamente ancora perdute.”
Il grido accorato del Tarallo rimane lì per lì inascoltato, come succede spesso
per simile cose. Ad aggravare poi la situazione sopraggiungono i rivolgimenti
del 1848 che provocano altre dispersioni e lasciano l’Archivio in grande
disordine in quel magazzino dove si infiltra l’acqua piovana.
Ma qualche coscienza si sveglia. Ed è il secondo Eletto del Comune, cioè
l’esponente dell’opposizione politica, che con un suo rapporto, provoca un duro
intervento dell’Intendente (= Prefetto) della provincia di Palermo nei
confronti del Sindaco, rimproverato per aver omesso la tutela delle cose
pubbliche ed i provvedimenti necessari al restauro del locale destinato alla
conservazione dell’archivio che “sta tutto disordinato e vicino a
perdersi”.
Ed è veramente penoso quanto risponde il Sindaco con sua lettera del 17
dicembre successivo: “… in una stanza sottoposta alla Casa comunale esistono
fin dal 1820 a questa parte, confusamente riposte delle carte in gran parte
inutili e logori (sic) dalla vetustà sottratte dall’incendio accaduto in
quell’epoca e siccome sulle stesse ne conserva il diritto alla Corte e l’altra
dal Cancelliere comunale. Per conseguenza non possono le cennate carte da quel
luogo muoversi senza il consenso reciproco della Comune e della Corte e che per
ordinarsi bisogna una gran spesa ed un lungo corso di tempo, senza nessun
profitto, pella inutilità delle carte, se ciò avrebbe giovato certamente la
Corte arcivescovile non sarebbe stata si lungo tempo in silenzio
pell’ordinamento suddetto.
Ma qualcosa si muoveva, a dimostrazione che il giudizio del Sindaco sulla
“inutilità delle carte” non era condiviso da tutti. Una serie di rapporti del
Tarallo, che intento, per la morte dell’arcivescovo Brunaccini era stato eletto
Vicario Capitolare, cioè reggente dell’Arcidiocesi, e del Giudice della Regia
Monarchia diretti allo scopo di separare le carte, si accumulano sulla
scrivania del Luogotenente generale nei Reali Domini al di là del Faro, il
quale convinto che quell’Archivio “contener deve monumenti interessanti e
preziosi”, dà incarico allo Ufficiale della Soprintendenza Generale degli
Archivi, Benedetto Bona, di separare le carte corrose o interamente guaste, del
tutto inutili e mettere in ordine quelle ancora servibili secondo questa
classificazione:
“1) Carte di pertinenza dell’Azienda Arcivescovile di Monreale,
ove dovranno andar compresi i diplomi che forse si rinverranno delle
concessioni fatte dai Sovrani di Sicilia a quell’ Arcivescovato;
2) Carte relative al governo spirituale della Diocesi, facendo parte delle
stesse gli atti della Cancelleria Arcivescovile;
3) Carte della Curia in materia contenziosa;
4) Carte riguardanti l’Amministrazione municipale ed i privilegi del Comune;
5) Carte relative alla giustizia civile e penale del medesimo;
6) Ed infine, sopra qualunque altro oggetto non compreso nelle surriferite
materie”.
Nessun cenno al trasferimento al Grande Archivio di Palermo istituito con reale
Dispaccio dell’11 febbraio 1814 e che prevedeva la conservazione in esso delle
carte di tutte le Amministrazioni esistenti nella città e Provincia di Palermo
(ma non dei Comuni), anzi fa obbligo alla Mensa di costruire apposite scanzie
sulle quali il Bona colloca le carte, togliendole “ dal nudo terreno, ove
giacea disordinata e confusa la scrittura”. Con altro provvedimento del 30
agosto 1853 il Luogotenente Generale dispone l’eliminazione di quelle carte
danneggiate che “ per causa dei moti politici del 1848 non si prestano a verun
ordinamento”.
Non sappiamo che cosa effettivamente sia stato fatto, perché non si trovano
tracce. Il Bona, dopo un paio di anni , tronca il lavoro, senza tuttavia fare
consegne, né restituire le chiavi.
Ma qualcosa avrà pure fatta il Bona se tanto le Autorità ecclesiastica quanto
il Comune chiedono al Governo l’uno la restituzione dei “molti documenti e dei
registri di spettanza dell’Arcivescovato rinvenuti pressi l’antico Archivio”
del Comune e l’altro la propria parte.
Ma ne ottengono in risposta che detto Archivio, in virtù proprio dell’art.12
della legge organica, si sarebbe già dovuto trovare da tempo nel Grande
Archivio “se qui non fosse mancato lo spazio necessario alla conservazione
delle carte”. In attesa pertanto, continua la lettera, che detto spazio si
trovi, come in progetto, “il mentovato Archivio comunale resti come riunito al
Grande Archivio, e perciò sotto la vigilanza della Soprintendenza Generale, a
norma dei sovrani regolamentati, ed alla quale dovranno dirigersi gli
interessati, che richiedessero delle carte esistenti nel medesimo officio
comunale”. Con la stessa nota il Luogotenente chiede all’Arcivescovo la
restituzione del “Tabulario”, essendo morto il Tarallo, cui nel 1835 esso era
stato affidato. Intanto, il sig. Bona avrebbe dovuto portare a termine il
lavoro “al più presto possibile” assicurava l’Intendente della Provincia.
Nulla cambia in seguito all’avvento dell’unità d’Italia, nel 1860.
L’Archivio rimane in potere del Comune, il quale provvede, di tanto, alle opere
necessarie per la conservazione del locale o per la provvista degli
armadi.
Ma lo stato di abbandono era sempre presente, tant’è che il Regio Commissario,
il 31 maggio 1897, considerato che per “sistemare” l’archivio municipale
occorre anzitutto “ provvedere alla riorganizzazione” delibera di “ vendere le
vecchie carte” ritenute inutili.
Mancano, allo stato, elementi sicuri per stabilire quali conseguenze abbia
avuto il provvedimento.
Pochi anni dopo un altro Regio Commissario affida al sig. Giovanni Diaconia,
studioso di storia locale ed ispettore onorario, l’incarico di “riordinare le
carte appartenenti all’antico archivio comunale di Monreale, le quali risalgono
in parte alla prima metà del sec. XVI”. Di quale “antico archivio” si tratta
non si desume. Ma si può avere un’idea dalla descrizione delle difficoltà
“indescrivibili” cui il Giaconia era andato incontro “ trattandosi di un
ammasso enorme di carte, ammonticchiate in confuso ed un sito umido e sporco,
che molte volte ne ha danneggiate e distrutte”. Qualcosa egli dice di aver
potuto fare “ dopo che una buona quantità di esse si trasportò in una stanza
terrena dell’ex monastero dei benedettini”. Povero archivio! Ritengo che
quell’ammasso enorme di carte venne a confluire in quello che formerà l’antico
archivio diocesano di Monreale. Infatti, quello stesso anno, lo stesso
Commissario dava incarico al can. Gaetano Millunzi, già noto per i suoi studi
su Monreale, di “riordinare sistematicamente i volumi ed i fascicoli delle
carte che ivi si trovano alla rinfusa”. Il can. Millunzi, acceso sostenitore
dei diritti della Chiesa monrealese, era impegnato anche nel riordino
dell’archivio della Mensa arcivescovile, che in quel periodo attraversava un
momento di grave difficoltà, aveva libero e incontrastato accesso in tutti gli
archivi di Monreale e non si faceva eccessivi scrupoli nel disporre le carte
nel modo che più convenisse ai suoi studi o di trasferirle dove credesse
opportuno. Offrì dunque al Commissario, che subito accettò, i locali della
cancelleria arcivescovile per depositarvi quelle carte, “salvo a provvedere al
riordinamento quanto saranno pronti i locali”.
Non dovette sembrare vero al Millunzi di avere ricuperato per la Chiesa quelle
carte che, il qualche modo, ad Essa appartenevano, anche se non tutto fu
trasferito. Ne rimasero una certa quantità e sono quelle che adesso formano
quello che ho chiamato il “Fondo antico” (o arcivescovile) dell’archivio
storico, oggetto del presente ordinamento. Quelle che furono trasferite nei
locali della cancelleria, posti sotto il terrazzo del palazzo arcivescovile,
umidi e bui le ho viste giacere, in uno stato pietoso, circa 50 anni fa. Poi,
con metodi discutibili, esse furono trasportate, senza alcun rispetto, nei
locali al piano terra del palazzo arcivescovile e stipate caoticamente in
scaffali metallici, sino a che non sono state da me veramente riordinate e
razionalmente ricomposte.
Per le carte rimaste al Comune, il nuovo Sindaco Lo Calio, nel 1907 nomina una
Commissione per lo scarto, formata dal Millunzi e dai notari Domenico Leto
Marotta e Alberto Caruso di Salvatore. Ma nessuna traccia ho trovato del loro
lavoro, né di quello svolto prima dal Diaconia e poi dal Millunzi.
Arriviamo così al 1929 e, manco a dirlo, troviamo ancora l’archivio del Comune
in perfetto disordine. In quegli anni la Croce Rossa Italiana, col sostegno del
Governo, conduceva una vigorosa campagna per l’acquisizione di materiale
cartaceo di rifiuto che destinava al sostegno di opere di beneficenza. Aveva
addirittura creato una apposita “Azienda Autonoma rifiuti d’Archivio”.
Nel 1929, il Prefetto di Palermo, Cesare Mori, allo scopo di dare un aiuto alla
Croce Rossa, i cui compiti venivano considerati “di grande interesse nazionale”
emana una circolare indirizzata ai Podestà della Provincia in cui sollecita
l’adempimento dell’art. 73 e 74 del R.D. n. 1163 del 2 ottobre 1911 di
approvazione del Regolamento per gli Archivi di Stato, inculcando l’ordinamento
degli archivi e lo scarto delle carte inutili. A quella circolare ne seguirono
altre, alle quali il Comune di Monreale in un primo tempo rimase “ sordo”, ma
poi dovette ottemperare. Per far questo, una parte del materiale venne portato
in una stanza dell’ex Convento dei Benedettini, e cioè nel teatrino del
Convitto Guglielmo, quando il Podestà dispone finalmente lo scarto degli atti
di archivio e l’ordinamento degli atti. L’archivista Giuseppe Mammina compila
allora un “registro inventario” che, pur pregevole per la sua precisione, non
ha alcuna utilità, perché le carte vengono elencate secondo la loro posizione
negli armadi di legno costruiti apposta su misura lungo le pareti della stanza
destinata ad archivio e rivelatisi ben presto inadeguati, e adesso distrutti
tant’è che la documentazione ripiomba nel caos.
Occorreva salvare “…tante carte preziose dalle situazioni delittuose in cui
erano state abbandonate per anni, nel disordine, nella polvere, nella
sporcizia, nell’umidità distruttrice dei locali adibiti per la bisogna, alla
felicità dei topi che vi avevano installato i loro nidi e facevano scempio
delle carte. Mucchi di carte ammassate facevano pensare ad un cimitero di
guerra”. Così una relazione ancora dal Mammina incaricato nel 1939 di
effettuare il “riordino l’aggiornamento e la sistemazione” dell’archivio, con
l’aiuto di un altro impiegato, Pietro Polizzi. Vengono prelevati i documenti
esistenti nel vecchio teatrino e portati tutti nei nuovi locali nella parte
superiore del Palazzo comunale. Operato lo scarto, i documenti vengono
sistemati negli appositi armadi…Così il “nuovo grande Archivio” viene diviso in
“Deposito (antico storico, contemporaneo) e corrente”. Gli atti anteriori alla
costituzione del Regno d’Italia, esclusi dalle operazioni di scarto,
“accuratamente puliti, ordinati e conservati”, nell’interesse così
dell’Amministrazione come dei privati e degli studi e pel decoro del Comune
vennero a formare “l’Archivio storico”.
Delle vicende successive io sono testimonio. Nel 1963, per incarico
dell’Amministrazione Comunale ho riordinato quella parte dell’archivio storico
che fu possibile prelevare dai locali del 1940, ormai adibiti a Ragioneria e
divenuta ormai inaccessibile perché situata negli armadi a muro sepolti da alte
pile di registri di contabilità. Si trattava di documentazione antecedente al
1900. Essa venne trasferita nella Biblioteca comunale e lì ordinata. Il
relativo indice inventario venne trasmesso alla Soprintendenza archivistica, al
Ministero dell’Interno ed all’Archivio di Stato di Palermo. Non è stata
ovviamente alcuna operazione di scarto.
Infine, con deliberazioni della Giunta municipale n. 1234 dell’8 novembre 1990
e n. 429 del 6 giugno 1994 ho ricevuto l’incarico di procedere al riordino
della parte più antica della documentazione che ha formato appunto l’Archivio
storico, come sopra detto.
Il presente lavoro rappresenta una continuazione che riguarda ancora una
piccola parte di quella massa documentaria che ancora attende riordino per
essere immessa nel circuito culturale fruibile dagli studiosi e ai ricercatori.
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