Archivio storico
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CITTA’ DI MONREALE

L’ARCHIVIO STORICO COMUNALE

Ordinamento e guida inventario a cura di
Giuseppe Schirò
Strutture elaborate in collaborazione con
Ing. Gioacchino Nania
Vol. III
Monreale, ottobre 2003

   
 

Premessa - Nel 1995 ho completato il riordino di quella parte dell’Archivio comunale che ho chiamato “Archivio storico” perché formato da una buona parte della documentazione più antica, comprendente quelle carte che sono rimaste al Comune dopo la separazione da quelle che appartenevano all’Arcivescovato. 
E’da ricordare infatti che, in origine, non c’era distinzione tra l’Archivio del Comune e quello dell’Arcivescovato, perché l’Arcivescovo esercitava, oltre che i poteri spirituali, anche i poteri civili e giudiziari, per effetto dei privilegi feudali a lui conferiti da Guglielmo II, al momento della fondazione dell’Arcivescovato, nel 1182. 
Nel 1812 la Costituzione siciliana abolisce i privilegi feudali, i poteri temporali dell’Arcivescovo vengono a cessare e comincia per il Comune e per l’Archivio una fase nuova della loro storia, che per l’Archivio non è la più serena. 
Quello che è accaduto da allora è stato da me illustrato nella introduzione storico giuridica , premessa alla compilazione della Guida – inventario del 1995, cui sopra, e pubblicato nell’Archivio Storico siciliano, Serie IV, vol. XXIV, fasc. I del 1998, pagg. 603 – 633. 
Mi sembra opportuno trascrivere qui quello che ho pubblicato allora.
In occasione dei moti del 1820, i rivoltosi incendiano il Palazzo del Comune e l’archivio subisce gravi danni. Pochi anni dopo, nei locali del Comune, viene alloggiata la Seconda Scuola Militare dell’esercito. In quell’occasione – scrive il Sindaco - “il grande archivio antico…situato in una stanza a mezza scala della Casa comunale, e quello insieme della Grande Corte Arcivescovile…è trasportato in un magazzino e, quando poi vengono liberati i locali, l’archivio è ricollocato al suo posto. Allora “la scrittura anzidetta…rimase tutta confusa – continua la stessa fonte – oltre dal danno che la medesima soffrì, pel trasporto da un luogo ad un altro e poi da questo al suo primo sito”.
Nella stessa lettera, il Sindaco esprime il parere di separare la scrittura, cioè i documenti, “lasciando nell’archivio tutta quella che possa appartenere al Comune, e restituendo all’Arcivescovo quella che riguarda lo spirituale. Con questa occasione dunque si verrebbe ad ottenere il rassetto di essa scrittura…”. La proposta è accettata dall’Intendente dalla Valle (= Prefetto), il quale invita il Sindaco a quantificare la spesa occorrente e ad invitare l’Arcivescovo a concorrervi. Ma mentre si stava trattando la questione, scoppia una violenta polemica tra il Sindaco e l’Arcivescovo Benedetto Balsamo a causa di un abuso commesso dall’archivista arcivescovile che aveva trafugato furtivamente dall’archivio del Comune alcuni registri appartenenti alla Mensa arcivescovile. Il Balsamo era assai impegnato nelle opere di restauro del Duomo danneggiato dall’incendio del 1811 e si sforzava anche, con molta energia, nel recupero delle attività finanziarie della Mensa, per riportarla ad una gestione più organizzata, dopo un periodo di grave dissesto. 
Il provvedimento del Sindaco, che fece sbarrare la porta dell’archivio in seguito al gesto scorretto dell’archivista, diede il pretesto all’Arcivescovo per assumere un atteggiamento duro ed intransigente, malgrado la disposizione dell’Intendente della Valle, che aveva autorizzato la separazione delle carte. 
La situazione rimane immutata ancora per lunghi anni. Ancora nel 1840 il Tarallo, che intanto aveva lavorato al “Tabulario”, osservava che proprio per il fatto che l’Arcivescovo in passato era stato anche signore temporale l’Archivio aveva sofferto “le maggiori disgrazie, e tanto per la lunga sede vacante, quanto per le passate peripezie della Comune e della Chiesa trovasi oggi nello stato il più lacrimevole, obbrobrioso, e di disdecoro per questo paese: laddove tutte le carte, i registri, i libri della Comune, della Mensa e della Corte arcivescovile vedonsi gettate in un magazzino della Casa comunale, confusamente ammucchiate in terra, infradicite, corrose, e malmenate in mezzo alla polvere, alle pietre, all’umido ed ai topi, in uno stato insomma da non potersi credere, né immaginare, di modo che non è solo impossibile ritrovarsi nessuna carta, n’andranno tutte a perire, se non si occorra a dar riparo a quelle che non sono interamente ancora perdute.”
Il grido accorato del Tarallo rimane lì per lì inascoltato, come succede spesso per simile cose. Ad aggravare poi la situazione sopraggiungono i rivolgimenti del 1848 che provocano altre dispersioni e lasciano l’Archivio in grande disordine in quel magazzino dove si infiltra l’acqua piovana. 
Ma qualche coscienza si sveglia. Ed è il secondo Eletto del Comune, cioè l’esponente dell’opposizione politica, che con un suo rapporto, provoca un duro intervento dell’Intendente (= Prefetto) della provincia di Palermo nei confronti del Sindaco, rimproverato per aver omesso la tutela delle cose pubbliche ed i provvedimenti necessari al restauro del locale destinato alla conservazione dell’archivio che “sta tutto disordinato e vicino a perdersi”. 
Ed è veramente penoso quanto risponde il Sindaco con sua lettera del 17 dicembre successivo: “… in una stanza sottoposta alla Casa comunale esistono fin dal 1820 a questa parte, confusamente riposte delle carte in gran parte inutili e logori (sic) dalla vetustà sottratte dall’incendio accaduto in quell’epoca e siccome sulle stesse ne conserva il diritto alla Corte e l’altra dal Cancelliere comunale. Per conseguenza non possono le cennate carte da quel luogo muoversi senza il consenso reciproco della Comune e della Corte e che per ordinarsi bisogna una gran spesa ed un lungo corso di tempo, senza nessun profitto, pella inutilità delle carte, se ciò avrebbe giovato certamente la Corte arcivescovile non sarebbe stata si lungo tempo in silenzio pell’ordinamento suddetto. 
Ma qualcosa si muoveva, a dimostrazione che il giudizio del Sindaco sulla “inutilità delle carte” non era condiviso da tutti. Una serie di rapporti del Tarallo, che intento, per la morte dell’arcivescovo Brunaccini era stato eletto Vicario Capitolare, cioè reggente dell’Arcidiocesi, e del Giudice della Regia Monarchia diretti allo scopo di separare le carte, si accumulano sulla scrivania del Luogotenente generale nei Reali Domini al di là del Faro, il quale convinto che quell’Archivio “contener deve monumenti interessanti e preziosi”, dà incarico allo Ufficiale della Soprintendenza Generale degli Archivi, Benedetto Bona, di separare le carte corrose o interamente guaste, del tutto inutili e mettere in ordine quelle ancora servibili secondo questa classificazione:
“1) Carte di pertinenza dell’Azienda Arcivescovile di Monreale, 
ove dovranno andar compresi i diplomi che forse si rinverranno delle concessioni fatte dai Sovrani di Sicilia a quell’ Arcivescovato;
2) Carte relative al governo spirituale della Diocesi, facendo parte delle stesse gli atti della Cancelleria Arcivescovile;
3) Carte della Curia in materia contenziosa;
4) Carte riguardanti l’Amministrazione municipale ed i privilegi del Comune;
5) Carte relative alla giustizia civile e penale del medesimo;
6) Ed infine, sopra qualunque altro oggetto non compreso nelle surriferite materie”. 
Nessun cenno al trasferimento al Grande Archivio di Palermo istituito con reale Dispaccio dell’11 febbraio 1814 e che prevedeva la conservazione in esso delle carte di tutte le Amministrazioni esistenti nella città e Provincia di Palermo (ma non dei Comuni), anzi fa obbligo alla Mensa di costruire apposite scanzie sulle quali il Bona colloca le carte, togliendole “ dal nudo terreno, ove giacea disordinata e confusa la scrittura”. Con altro provvedimento del 30 agosto 1853 il Luogotenente Generale dispone l’eliminazione di quelle carte danneggiate che “ per causa dei moti politici del 1848 non si prestano a verun ordinamento”. 
Non sappiamo che cosa effettivamente sia stato fatto, perché non si trovano tracce. Il Bona, dopo un paio di anni , tronca il lavoro, senza tuttavia fare consegne, né restituire le chiavi. 
Ma qualcosa avrà pure fatta il Bona se tanto le Autorità ecclesiastica quanto il Comune chiedono al Governo l’uno la restituzione dei “molti documenti e dei registri di spettanza dell’Arcivescovato rinvenuti pressi l’antico Archivio” del Comune e l’altro la propria parte. 
Ma ne ottengono in risposta che detto Archivio, in virtù proprio dell’art.12 della legge organica, si sarebbe già dovuto trovare da tempo nel Grande Archivio “se qui non fosse mancato lo spazio necessario alla conservazione delle carte”. In attesa pertanto, continua la lettera, che detto spazio si trovi, come in progetto, “il mentovato Archivio comunale resti come riunito al Grande Archivio, e perciò sotto la vigilanza della Soprintendenza Generale, a norma dei sovrani regolamentati, ed alla quale dovranno dirigersi gli interessati, che richiedessero delle carte esistenti nel medesimo officio comunale”. Con la stessa nota il Luogotenente chiede all’Arcivescovo la restituzione del “Tabulario”, essendo morto il Tarallo, cui nel 1835 esso era stato affidato. Intanto, il sig. Bona avrebbe dovuto portare a termine il lavoro “al più presto possibile” assicurava l’Intendente della Provincia.
Nulla cambia in seguito all’avvento dell’unità d’Italia, nel 1860.
L’Archivio rimane in potere del Comune, il quale provvede, di tanto, alle opere necessarie per la conservazione del locale o per la provvista degli armadi. 
Ma lo stato di abbandono era sempre presente, tant’è che il Regio Commissario, il 31 maggio 1897, considerato che per “sistemare” l’archivio municipale occorre anzitutto “ provvedere alla riorganizzazione” delibera di “ vendere le vecchie carte” ritenute inutili. 
Mancano, allo stato, elementi sicuri per stabilire quali conseguenze abbia avuto il provvedimento.
Pochi anni dopo un altro Regio Commissario affida al sig. Giovanni Diaconia, studioso di storia locale ed ispettore onorario, l’incarico di “riordinare le carte appartenenti all’antico archivio comunale di Monreale, le quali risalgono in parte alla prima metà del sec. XVI”. Di quale “antico archivio” si tratta non si desume. Ma si può avere un’idea dalla descrizione delle difficoltà “indescrivibili” cui il Giaconia era andato incontro “ trattandosi di un ammasso enorme di carte, ammonticchiate in confuso ed un sito umido e sporco, che molte volte ne ha danneggiate e distrutte”. Qualcosa egli dice di aver potuto fare “ dopo che una buona quantità di esse si trasportò in una stanza terrena dell’ex monastero dei benedettini”. Povero archivio! Ritengo che quell’ammasso enorme di carte venne a confluire in quello che formerà l’antico archivio diocesano di Monreale. Infatti, quello stesso anno, lo stesso Commissario dava incarico al can. Gaetano Millunzi, già noto per i suoi studi su Monreale, di “riordinare sistematicamente i volumi ed i fascicoli delle carte che ivi si trovano alla rinfusa”. Il can. Millunzi, acceso sostenitore dei diritti della Chiesa monrealese, era impegnato anche nel riordino dell’archivio della Mensa arcivescovile, che in quel periodo attraversava un momento di grave difficoltà, aveva libero e incontrastato accesso in tutti gli archivi di Monreale e non si faceva eccessivi scrupoli nel disporre le carte nel modo che più convenisse ai suoi studi o di trasferirle dove credesse opportuno. Offrì dunque al Commissario, che subito accettò, i locali della cancelleria arcivescovile per depositarvi quelle carte, “salvo a provvedere al riordinamento quanto saranno pronti i locali”. 
Non dovette sembrare vero al Millunzi di avere ricuperato per la Chiesa quelle carte che, il qualche modo, ad Essa appartenevano, anche se non tutto fu trasferito. Ne rimasero una certa quantità e sono quelle che adesso formano quello che ho chiamato il “Fondo antico” (o arcivescovile) dell’archivio storico, oggetto del presente ordinamento. Quelle che furono trasferite nei locali della cancelleria, posti sotto il terrazzo del palazzo arcivescovile, umidi e bui le ho viste giacere, in uno stato pietoso, circa 50 anni fa. Poi, con metodi discutibili, esse furono trasportate, senza alcun rispetto, nei locali al piano terra del palazzo arcivescovile e stipate caoticamente in scaffali metallici, sino a che non sono state da me veramente riordinate e razionalmente ricomposte.
Per le carte rimaste al Comune, il nuovo Sindaco Lo Calio, nel 1907 nomina una Commissione per lo scarto, formata dal Millunzi e dai notari Domenico Leto Marotta e Alberto Caruso di Salvatore. Ma nessuna traccia ho trovato del loro lavoro, né di quello svolto prima dal Diaconia e poi dal Millunzi.
Arriviamo così al 1929 e, manco a dirlo, troviamo ancora l’archivio del Comune in perfetto disordine. In quegli anni la Croce Rossa Italiana, col sostegno del Governo, conduceva una vigorosa campagna per l’acquisizione di materiale cartaceo di rifiuto che destinava al sostegno di opere di beneficenza. Aveva addirittura creato una apposita “Azienda Autonoma rifiuti d’Archivio”.
Nel 1929, il Prefetto di Palermo, Cesare Mori, allo scopo di dare un aiuto alla Croce Rossa, i cui compiti venivano considerati “di grande interesse nazionale” emana una circolare indirizzata ai Podestà della Provincia in cui sollecita l’adempimento dell’art. 73 e 74 del R.D. n. 1163 del 2 ottobre 1911 di approvazione del Regolamento per gli Archivi di Stato, inculcando l’ordinamento degli archivi e lo scarto delle carte inutili. A quella circolare ne seguirono altre, alle quali il Comune di Monreale in un primo tempo rimase “ sordo”, ma poi dovette ottemperare. Per far questo, una parte del materiale venne portato in una stanza dell’ex Convento dei Benedettini, e cioè nel teatrino del Convitto Guglielmo, quando il Podestà dispone finalmente lo scarto degli atti di archivio e l’ordinamento degli atti. L’archivista Giuseppe Mammina compila allora un “registro inventario” che, pur pregevole per la sua precisione, non ha alcuna utilità, perché le carte vengono elencate secondo la loro posizione negli armadi di legno costruiti apposta su misura lungo le pareti della stanza destinata ad archivio e rivelatisi ben presto inadeguati, e adesso distrutti tant’è che la documentazione ripiomba nel caos.
Occorreva salvare “…tante carte preziose dalle situazioni delittuose in cui erano state abbandonate per anni, nel disordine, nella polvere, nella sporcizia, nell’umidità distruttrice dei locali adibiti per la bisogna, alla felicità dei topi che vi avevano installato i loro nidi e facevano scempio delle carte. Mucchi di carte ammassate facevano pensare ad un cimitero di guerra”. Così una relazione ancora dal Mammina incaricato nel 1939 di effettuare il “riordino l’aggiornamento e la sistemazione” dell’archivio, con l’aiuto di un altro impiegato, Pietro Polizzi. Vengono prelevati i documenti esistenti nel vecchio teatrino e portati tutti nei nuovi locali nella parte superiore del Palazzo comunale. Operato lo scarto, i documenti vengono sistemati negli appositi armadi…Così il “nuovo grande Archivio” viene diviso in “Deposito (antico storico, contemporaneo) e corrente”. Gli atti anteriori alla costituzione del Regno d’Italia, esclusi dalle operazioni di scarto, “accuratamente puliti, ordinati e conservati”, nell’interesse così dell’Amministrazione come dei privati e degli studi e pel decoro del Comune vennero a formare “l’Archivio storico”. 
Delle vicende successive io sono testimonio. Nel 1963, per incarico dell’Amministrazione Comunale ho riordinato quella parte dell’archivio storico che fu possibile prelevare dai locali del 1940, ormai adibiti a Ragioneria e divenuta ormai inaccessibile perché situata negli armadi a muro sepolti da alte pile di registri di contabilità. Si trattava di documentazione antecedente al 1900. Essa venne trasferita nella Biblioteca comunale e lì ordinata. Il relativo indice inventario venne trasmesso alla Soprintendenza archivistica, al Ministero dell’Interno ed all’Archivio di Stato di Palermo. Non è stata ovviamente alcuna operazione di scarto.
Infine, con deliberazioni della Giunta municipale n. 1234 dell’8 novembre 1990 e n. 429 del 6 giugno 1994 ho ricevuto l’incarico di procedere al riordino della parte più antica della documentazione che ha formato appunto l’Archivio storico, come sopra detto.
Il presente lavoro rappresenta una continuazione che riguarda ancora una piccola parte di quella massa documentaria che ancora attende riordino per essere immessa nel circuito culturale fruibile dagli studiosi e ai ricercatori.